A cause uguali corrispondono uguali effetti e l’arrivo di una nave in un porto è sempre preceduto da un viavai metodico e immutabile, anche quando, come nel nostro caso, la nave era solo un peschereccio di Fécamp armato per la pesca alle aringhe.
Quando mi sono imbarcato a Le Havre, tra le molte immagini della Francia che portavo con me ce n’era una, un semplice ricordo, che inspiegabilmente mi ha accompagnato per tutto il mio giro del mondo e che ho ritrovato intatta sbarcando a Marsiglia.
Prima di parlare delle inchieste alle quali ho avuto la fortuna di assistere a fianco dell’ispettore che chiamerò «G.7» (vedremo poi perché), voglio raccontare come l’ho conosciuto – in circostanze che per molte ore rimasero ai miei occhi un vero e proprio enigma.
Pioggia e ancora pioggia, fitta, gelida, a secchi, a catinelle, pioggia che precipitava incessante da un cielo basso e nero, come se un nuovo diluvio universale si stesse abbattendo sul mondo.
Doveva essere fuori di sé, il portiere, se Chave, nonostante la distanza che li separava – una porta, una scala, un corridoio -, poté sentirlo gridare al telefono: «Ma è in palcoscenico, gliel’ho già detto!».
Il caso della caletta, come l’ha chiamato qualcuno, è forse l’unico che l’Agenzia O abbia seguito senza ricorrere ai suoi metodi abituali, metodi ormai noti a tutti.