Nessuno sa correre così metodicamente, i piccoli passi come un metronomo, salone-cucina, dietrofront, altro viaggio, cucina-salone, ancora, tic-tic-tic, senza un movimento sbagliato, senza sbavature, sembra un esercizio di ritmica, e di perizia.
Vista da qui, a quest’ora, con questa luce che la taglia come forbici, la città è un mosaico, una geometria, una scacchiera dove i pezzi vanno al loro posto.
La macchina fa il suo rombo continuo e tranquillo, il buio le sfreccia intorno, l’autostrada è quasi sgombra, i camion scorrono via come i grani di un rosario, come i piattini di sushi sui nastri trasportatori al bancone.
Il giro delle luci.
Quattro interruttori, prima quelli in fondo al salone, poi i due in ufficio, un cubo trasparente che dà su quello spettacolo di carrozzerie lucenti, di curve fluide, di cromature costose.
Il pronto soccorso più vicino è quello di via Crivelli, all’ospedale Gaetano Pini, tutti i milanesi scivolati sul ghiaccio, o con le zampette rotte per qualunque motivo lo sanno.