Il trasloco a Mosè avveniva in più riprese. Di prima mattina Paolo, l’autista, caricava sulla jeep valigie, pacchi e detersivi e portava in avanscoperta Filomena e Caterina perché pulissero la casa e sistemassero le provviste nel riposto prima del nostro arrivo, nel pomeriggio. Il tragitto da Agrigento, dove abitavamo, alla nostra casa di campagna, in contrada Mosè, era breve – non più di venti minuti – e Paolo ritornava in città dopo colazione per fare un secondo carico e prendere gli altri tre passeggeri: Julinka, o Giuliana, come la chiamavamo noi, la bambinaia ungherese; Francesca, sorella di Filomena e cameriera «fine» di mamma rimasta a casa per servire a tavola i miei genitori; e io. La jeep avrebbe seguito la Lancia 1700 – un copué amaranto, il solo in tutta Agrigento – guidata da papà, con accanto mamma che teneva in braccio mia sorella Chiara.
